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Non di app hanno bisogno le madri, ma di essere meno sole

Non di app hanno bisogno le madri, ma di essere meno sole

21 giugno 2017 15:17

di Silvia Lo Vetere (dal blog Corriere della Sera : La Ventisettesima Ora — 10 giugno 2017)

Un bambino di 18 mesi muore, dopo essere stato dimenticato sul seggiolino in macchina dalla mamma. Non è il primo drammatico caso, questo di Arezzo, apparso nelle cronache recenti.
Come è possibile che a una madre amorevole e attenta accada questo?
Non mi addentro nello specifico della situazione perché non conosco le persone e la loro storia.
Posso solo augurare con tutto il cuore a quella mamma e a tutta la famiglia di avere attorno persone valide con le quali nel tempo fare i conti in qualche modo con un trauma e una tragedia senza parole.
I fatti di Arezzo però ci riportano con forza a molti dei temi cruciali e complessi di una donna che oggi, nel nostro attuale contesto sociale, diventa mamma.
Temi che non di rado contribuiscono in modo importante a creare un sovraccarico di attese, di emozioni, di impegni, nell’esperienza materna, capaci di produrre significativo malessere. Talvolta anche veri e propri cortocircuiti mentali.

Spesso una donna oggi decide fra mille domande, per lo più nel pieno della sua carriera professionale, conquistata con sacrificio e passione, di volere un figlio.
Lo decide quindi fra il desiderio, la gioia e la responsabilità di una nuova avventura fra le più coinvolgenti e importanti della vita, e fra le mille domande e paure su come tutto questo potrà conciliarsi con le altre cose della sua vita. Cose che, il più delle volte, ha costruito con altrettanta passione e impegno e che fanno quindi parte integrante della sulla personalità e della sua realizzazione.
Guarda allora con preoccupazione, cercando di rassicurarsi, a quella coperta che già da ora le appare fin troppo corta per gestire il tutto, a quei conti difficili da fare quadrare. A un certo punto però decide, con il consueto coraggio e passione, di buttarsi.
Coraggio, determinazione, la trovano però, in questa nostra società, spesso ancora davvero sola, troppo sola.
Tutti ammirano questa mamma sfaccettata, trafelata, eroica e il suo tentativo costante di trovare difficili equilibri fra diversi ruoli e responsabilità nella vita, ma la società di fatto continua a delegarle troppo, la regia di tutto.
Innanzitutto sul piano reale e concreto, mostrandosi assai carente negli aiuti, che sono scarsi e intermittenti: è scarsa la flessibilità oraria e la riduzione di lavoro per le donne; sospesa come una spada di Damocle la possibile rinuncia alla carriera; insufficienti gli asili, costose le tate e altri innumerevoli di questi elementi.
Una cosa che veicola un messaggio di fondo non esplicito, ma pervasivo, molto contradditorio e disturbante: realizzati in ciò che vuoi, ma occuparti di tutto è un tuo preciso compito e dovere.
In secondo luogo è ancora troppo presente, nell’immaginario collettivo profondo, quindi non esplicito e razionale, una sorta di rappresentazione idealizzata e fuorviante della maternità: quella di un’esperienza che renderebbe una donna unicamente felice e grata, sempre ben disposta, in quanto compimento di un desiderio naturale e istintivo e perciò solo appagante.
Con molto dubbi che sia mai davvero esistito questo stato così privo di chiaroscuri in una donna che diventa mamma, oggi più che mai in una donna che non realizza più la sua identità solo nell’esperienza materna, è una visione questa che può mostrarsi alquanto fuorviante e dannosa. Aumenta significativamente infatti, sentimenti penosi di inadeguatezza e di colpa a fronte a emozioni al contrario fisiologiche di stanchezza, di senso di eccessiva limitazione, di rabbia, che accanto a quelli di appagamento, fanno parte di qualsiasi legame affettivo importante, anche e ancor più quindi di quello con un figlio.

Un carico quindi di aspettative ideali e concrete che una donna sente su di sé quando decide oggi di diventare madre, davvero eccessivo.
Un carico che conduce, pur in misura diversa, a un eccesso di stress, a un sovraccarico emotivo e di impegni reali, che può portare moltissime mamme a una situazione di malessere. Talvolta al rischio aumentato di veri e propri cortocircuiti mentali.

In questo giorni, a seguito dei fatti di Arezzo, sono apparse pubblicità sulla possibile utilità di app per genitori che segnalerebbero la presenza del bambino in macchina arrivati a destinazione.
Non so davvero se in qualche modo gli ausili tecnologici possano essere di aiuto.
Certo non possiamo pensarli come risposta a temi così complessi che richiedono una trasformazione culturale e personale di ben altra portata.

Piuttosto, penso che possa essere di aiuto a ogni donna che diventa mamma riflettere prima possibile su alcuni punti, che chiamerei di prevenzione al malessere:

1) Pianificare, quando si decide di fare un figlio, non solo la culla, gli attrezzi del mestiere, ma anche come preservare qualche spazio per sé, di autonomia, non solo legata alla sopravvivenza, ma anche all’assolvimento di qualche impegno e piacere precedenti alla maternità. A come distribuire e delegare parte dei compiti a persone che si sentono di fiducia e in linea con i propri modi di pensare in generale all’accudimento di un figlio.
Pensare a tutto questo per tempo non come a un privilegio, a una concessione che altri fanno, ma ad un indispensabile e dovuto aiuto. A partire dal proprio partner fino ai partner Istituzionali, se pur purtroppo ancora troppo carenti.

2) Pensare che, in un legame coinvolgente come quello con un figlio, è assolutamente normale sentirsi oltre che appagati, anche limitati nei propri movimenti, arrabbiati, stanchi e talvolta nostalgici della vita precedente.
Non sono cose che fanno di una mamma una cattiva mamma. Anzi.
Sono cose che devono farle pensare ad aiuti possibili per essere meno sola.
Sono cose che fanno di lei una madre che sta cercando un equilibrio il più possibile buono fra sé e suo figlio. Una cosa che sempre accade in ogni legame forte, importante e duraturo della nostra vita.

3) Mettere meglio a fuoco che, inoltre, è proprio di questo che ha bisogno un figlio, non di una madre perfetta.
Ha bisogno di sentire una madre attenta e affettuosa che con i suoi pregi e i suoi limiti, non smetta mai di cercare insieme a lui un equilibrio fra i reciproci bisogni. Alla ricerca di soluzioni buone, mai perfette e sempre rivedibili.
In una società che si dice moderna, come è possibile che una mamma sia ancora lasciata così sola, a fare tutto questo?