View Sidebar
Ma gli adulti educano ancora?

Ma gli adulti educano ancora?

11 Aprile 2018 10:07

di Silvia Lo Vetere (dal blog Corriere della Sera : La Ventisettesima Ora — 15 marzo 2018)

Di poco tempo fa la notizia sconcertante: uno studente di 17 anni della provincia di Caserta colpisce la sua insegnante. Alla base del gesto una nota disciplinare, considerata dall’allievo ingiusta. A seguire, in quest’ultimo periodo, casi simili. Certamente situazioni eccezionali, estreme e presumibilmente con problematiche complesse e specifiche. Punte anche di un iceberg però di un disagio più diffuso che richiede, in modo pressante, anche una rivisitazione collettiva del ruolo educativo di noi adulti. Cosa non va nei sistemi educativi degli ultimi decenni? Qualcosa davvero non va. Gli epocali rivolgimenti che hanno visto protagonisti gli anni Settanta del secolo scorso, hanno avuto l’indiscusso merito di averci affrancato da un tipo di educazione troppo repressiva e in parte mortificante dell’individualità.
Oggi però osserviamo il rischio di una pericolosa deriva di segno opposto. Immersi tutti quanti in un mandato onnipresente di realizzare e di esprimere la nostra individualità, di renderla visibile nei suoi aspetti più prestanti, felici, riusciti, anche i cardini dell’educazione hanno subito in pochi decenni una trasformazione a trecentosessanta gradi. In modo capillare e sistematico, la mission educativa si è sempre più identificata con il cimento nell’intercettazione, il più possibile precoce, di aurorali talenti. Ovvero di tutti quegli aspetti di un bambino che da subito, si supponga più facilmente preludano a disegnare la sua unicità, specialità e originalità. Quindi nel conseguente cimento nel dargli voce, in ogni modo. Un esempio fra i tanti possibili: mai come negli ultimi decenni si è assistito alla moltiplicazione di corsi di ogni tipo, di lingue, di canto e ballo, di sport a partire dalla scuola materna. Mai come in questi decenni un così cospicuo numero di nonne, di tate, di parenti è stato impiegato nei vari accompagnamenti alle diverse e migliori sedi, al corso di qualità superiore. Tutti uniti dalla stessa causa. Se quindi coltivare l’espressione di sé è diventato centrale, sostanzialmente tre sembrano diventati i principali cardini del compito educativo: facilitare, essere affettivi, rimanere connessi.

Tre vignette a esemplificazione:

Esprimersi e ancora esprimersi
Finalmente Sergio e Donata riescono ad andare a cena da amici che hanno due figli, cinque e sette anni. Ne tornano devastati: poche chiacchiere con la coppia che non vedevano da tempo. I figli non hanno fatto che interrompere a tavola, attrarre l’attenzione. Mentre i loro genitori blandamente disturbati, ma visibilmente compiaciuti, dicevano a Sergio e a Donata: certo che già a questa età che caratterino che hanno, sanno prendere il loro posto… gli sarà molto utile in questo mondo.
Uno dei tanti esempi in cui l’adulto identifica pienamente il suo ruolo nel facilitatore dell’espressività. Ottima cosa di per sé. Che ne è però, ad integrazione, anche dell’indispensabile addestramento di un bambino ad aiutarlo a capire, in un contesto, quale posto occupare? A insegnargli a tollerare la frustrazione dell’attendere il proprio turno? A segnalargli l’esistenza degli altri, imparando anche a tacere e a osservare, o ad andare a giocare nella sua stanza se si annoia?

Sempre in sintonia
I no rovinano il clima affettivo. Altro mantra dei nostri giorni. Quante volte al giorno capita di sentire questa frase in banali scene di vita quotidiana. Come quella ad esempio di un bambino ai giardinetti che un po’ annoiato tirava sassolini infastidendo un povero cane a cuccia.
Se gli dico no, rimane male, dice la mamma all’altra. Prima o poi capirà da sé che non si fa.
L’affetto e un clima armonioso sono certo componenti essenziali della crescita.
Un pubblico sempre benevolo, però, abitua un bambino a un palcoscenico sempre favorevole e compiaciuto delle sue imprese, nonché alle sue dipendenze.
Cosa faranno un adolescente prima, e un adulto poi, di fronte a un mondo non sempre così ben disposto ad ammirarlo e a favorirlo?

Sempre connessi
Altro mito dei nostri giorni: i figli si aiutano a crescere, rimanendo il più possibile connessi (illusoriamente per lo più) con quanto fanno, pensano e sentono. WhatsApp in questo senso ha aperto a tutti noi una vera e propria autostrada: dove sei? Cosa fai? Cosa dici? A che gradino sei della scala mobile?
Complice la tecnologia un genitore sente oggi sempre più di aiutare il proprio figlio a crescere, rimanendo (illusoriamente) il più possibile sintonizzato con i suoi movimenti, con i suoi pensieri ed emozioni. Gestendole (o credendo di farlo) momento per momento con lui, se non addirittura e non così raramente, al suo posto.
Che dire, altro esempio fra i tanti papabili, del registro elettronico? O meglio del suo utilizzo da parte, se non di tutti, di molti, con modalità che rischiano di rasentare talvolta la follia?
Quella di genitori che al lavoro ossessivamente rubano spazi per accedere alla mattinata del figlio: cosa fa? che voto ha preso? come si muove in classe? perché ha una nota? come mai l’insegnante non l’ha scritta in tempo reale sul registro?
Scarsa una domanda fondamentale: essere in banco con il proprio figlio a scuola come nella vita è davvero un supporto? Come imparano i figli a gestire frustrazioni, fallimenti, trovare strategie e modi di cavarsela?

Occorre una rivisitazione collettiva seria e approfondita di questi come di altri aspetti che rischiano, così estremizzati, di perdere gli elementi di indubbio valore che anche contengono.
La troppa facilitazione non può, se no, produrre altro che pretesa e prepotenza. L’amare, inteso solo nella sua accezione di essere affettuosi e mantenere un clima armonioso, rischia di rendere fragili. Sempre meno preparati all’esistenza degli ostacoli e degli insuccessi, come cose normali della vita da imparare a gestire. Rimanere connessi con quanto i nostri figli vivono e sentono è sicuramente importante, sempre che si sappia tollerare di lasciarli anche soli; è lì che per lo più è stato possibile per tutti noi trovare soluzioni personali e imparare a cavarcela.
Senza queste integrazioni, i no della vita, rischiano di diventare intollerabili insulti verso ciò che si è abituati a sentire come dovuto e sempre applaudito, facendo sentire intollerabile la scoperta anche della propria fragilità e inadeguatezza. Con solo due vie davanti allora: soccombere o aggredire.