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“Indivisibili”: un commento al film

“Indivisibili”: un commento al film

10 Marzo 2019 20:35

Di Silvia Lo Vetere

(Serata cineforum TEMPI MODERNI, Casa della Psicologia, organizzato da O.P.L., 1 marzo 2019)

Bellissimo film di Edoardo De Angelis: drammatico, commovente e infine, diciamo, a lieto fine. Un film che si presta a molteplici letture. Anche in virtù del fatto che è ambientato a Castelvolturno, in un contesto così estremo di degrado, di squallore, di sfruttamento, da suscitare un interesse oltre che psicologico, quasi antropologico. In un contesto dove le straordinarie protagoniste, Viola e Dasy, nate attaccate per il bacino, ora diciottenni, lottano per diventare due individualità separate.

Le riflessioni che qui seguono, riguardano per l’appunto la crescita. In particolare, come i temi della crescita si declinano in questa sorta di favola drammatico-grottesca. Nella quale però possiamo ritrovare talvolta anche ostacoli simili in storie vere, particolarmente sfortunate. Laddove i contesti familiare e sociale rendono particolarmente difficili e rischiosi i percorsi interni e reali di accesso a una individualità adulta capace di prendere posto nel mondo.

Come accade sempre, anche nella storia delle due protagoniste Viola e Dasy, è il desiderio a sollecitare la spinta alla crescita. A dare inizio quindi al processo di uscita dalla appartenenza infantile fino alla costruzione di una individualità adulta. Dasy si infatua. Percepisce per la prima volta, l’inconfondibile e inarrestabile impulso verso un uomo. Nuovi e sconosciuti turbamenti ed emozioni allora la pervadono e la spingono verso una irrinunciabile realizzazione delle promesse che contengono: “voglio fare l’amore, voglio essere femmina” dice, con parole difficili da immaginare più efficaci. Da questa consapevolezza non è più possibile tornare indietro: non può più vivere attaccata alla sorella.

Arrivare a meta però sarà per le due ragazze difficilissimo. Per molteplici motivi, fra i quali uno appare particolarmente importante: per uscire dalla grottesca e mortifera appartenenza infantile, Viola e Dasy, non devono solo dare avvio ai consueti processi sia reali sia interni di differenziazione. A quei processi psicologici quindi che, a partire dalla pubertà, sottopongono a profonda revisione il patrimonio familiare di valori, di affetti, di rappresentazioni del mondo e di sé. Che ne tracciano somiglianze e diversità, distanze e appartenenze disegnando così nel tempo, la propria individualità adulta.

A Dasy e Viola questo processo è drammaticamente precluso: per crescere devono non già rivisitare e trasformare i legami infantili, ma darvi piuttosto un taglio netto. Più che differenziarsi e quindi trovare elementi di diversità, ma anche continuare a potersi identificare in altri aspetti del contesto originario e nei legami di appartenenza, Dasy e Viola devono diventare completamente altro, se vogliono diventare due persone separate fisicamente e psichicamente.

In modo drammaticamente uniforme, il contesto di appartenenza si dirige infatti in senso radicalmente opposto all’ individuazione. È un contesto vischioso, perverso, dove ogni personaggio campa in modo parassitario e confusivo sull’altro e tutti quanti sulla mostruosità delle due ragazze. Che lega, il loro futuro, la loro identità e il valore proprio all’opposto al bieco sfruttamento della loro inseparabilità. I genitori, rappresentandole come fenomeni da baraccone sui quali lucrare. Il prete mafioso, rappresentandole come sorta di figura magico-sacra, icona di strani riti iniziatici. Sulle quali fare cospicui guadagni. Il riccone pervertito, illudendole di una libertà, mentre riserva per loro solo un destino di prostituzione.

Private della possibilità di una rinegoziazione della propria appartenenza infantile, Dasy e Viola devono allora avviarsi quasi verso una sorta di vero e proprio cambio di identità. Lo fanno procedendo fra vita e morte.

All’interno di una solitudine devastante di riferimenti sia interni sia reali da una parte, e dall’urgenza di agire dall’altra, per porsi in salvo. Armate solo del loro potente affetto, coraggio e della forza di arrivare a meta. Una urgenza e una solitudine che allora non rendono quasi mai possibile il pensiero. Sostituito costantemente dalla necessità di agire per porsi in salvo. Non sono nominabili emozioni, individuati obiettivi, pensate strade possibili. L’unica strada per non soccombere è agire. In più di una occasione rischiando anche la morte.

In questo drammatico processo, è molto interessante la dinamica fra le due ragazze, che possiamo leggere anche come rappresentazioni efficaci dei due classici poli in conflitto nella crescita e la loro evoluzione.

Dasy: il desiderio e la conseguente spinta emancipativa verso la realizzazione di sé come donna, irrinunciabile. Una spinta che rende inaccettabile la condizione di una permanenza nella condizione infantile acritica e confusiva che ben rappresenta la loro situazione fisica. Un ostacolo oggi divenuto inaccettabile per la costruzione della sua individualità nascente.

Viola: ancora non trova motivazione / gratificazione alcuna a pensarsi separata. Anzi ne vede solo la sconcertante solitudine che le dà angoscia. Le sue condotte sono ancora legate ad un assetto infantile così come le sue resistenze a cambiare. Si nutre ad esempio in continuazione di brioches. Gode passivamente del piacere masturbatorio che Dasy si procura. Poi vuole espiarlo, come fanno i bambini, recitando l’atto di dolore.

La sua sicurezza è ancora fondata in modo acritico sull’ appartenenza familiare come fonte insostituibile di valore e di sicurezza. In questo assetto Viola non può che vedere solo i costi di un cambiamento. Qui drammatici, ma in fondo anche quelli di ogni crescita. Quelli del doversi separarsi da una appartenenza familiare che per quanto orrifica e dagli effetti perversi, ha regalato loro fino ad ora, comunque, una sorta di sicurezza e di protezione. Quelli della perdita di una sorta di specialità che dà valore all’individualità: voi due separate non siete niente da più parti viene loro ripetuto. Una catastrofica perdita identitaria e di valore sono allora le cose che vede all’orizzonte Viola separandosi da Dasy. Chi sarebbe senza la sorella in parte con lei indistinta e confusa?

Poi le cose cambiano: la parte più infantile, rimasta meno attraversata dalla spinta pulsionale, diventa parte pensante. Preziosa alleata della parte più istintuale e impulsiva che Dasy rappresenta. In una nuova complicità che porterà a meta entrambe. In questo senso il momento clou del film è la fuga dalla barca del riccone: Viola, la parte più pensante, frena la sorella dal concedersi all’uomo che le promette libertà, ma che in realtà la ributterebbe solo in un tragico destino da cui sta cercando di sottrarsi. È proprio Viola, a rimanere lucida. A ricordare a Dasy perché sta avvenendo tutto questo: fermarsi lì, su quella barca è fallire negli obiettivi che le hanno fatte fuggire. Soddisfare l’istintualità del momento avrebbe riportato entrambe al punto di partenza. Alla identità di mostri: ricordati che vuoi un fidanzato, che vuoi una vita normale, dice Viola a Dasy nella disperata lotta in mare contro la morte.

Sembra proprio che non siano obiettivi raggiungibili. Che le ragazze non usciranno salve. In modo ancora più drammatico e grottesco il mare le riconsegna all’antico destino, reso drammaticamente vivido dai nuovi avvenimenti. Dal padre che procura loro finte stigmate e da quella drammatica quanto surreale processione che le raffigura come due madonne velate da temere da venerare. Non è possibile asservirsi a quel destino. Meglio morire. È proprio Dasy, lei che ha impersonato l’ineluttabile spinta alla crescita, colei che sin dall’inizio ha promosso la fuga, a non potere sopportare questo. La morte piuttosto, che cerca di procurarsi durante la processione. La morte che possiamo vedere come fuga reale, fisica, da un destino orribile. La morte che possiamo anche vedere come uccisione definitiva di quella identità che le ritrae come due madonne terrifiche da temere, da venerare.

Quella identità che deve essere definitivamente uccisa perché sia possibile la vita. Davvero commovente il risveglio di Viola nel letto di ospedale. Sola, separata. Sgomento. I primi passi mossi da sola, con un movimento come fosse ancora attaccata alla sorella. Simbolo del passato a cui aggrapparsi a cui rassicurarsi di appartenere ancora. O nuovo inizio in cui imparare a muovere nuovi passi per arrivare a camminare da sola. Sta andando a cercare la sorella: potrebbe essere morta. Nel ritrovarla e nello stendersi accanto a lei, sa di essere arrivata a meta. Non più attaccata alla sorella, ma adagiata accanto a lei, comincia a sperimentare un calore nuovo, diverso. Quel calore che inizia a intuire le accompagnerà per sempre nella realizzazione della nuova individualità nascente. Un calore capace quindi proprio per questo anche di stemperare la solitudine e il dolore che la separatezza comporta.

Il lavoro di ogni crescita.